Cara madre

Cara madre,

sono mesi che non ti scrivo, posso farlo solo ora, e me ne dispiaccio. L’idea di aver creduto che io e Emete avessimo perduto la vita in mare mi procura una profonda sofferenza. Ora stiamo bene, abbiamo raggiunto una terra nuova, anche se non è una patria e le speranze che tutti noi nutrivamo si stanno dissolvendo. Il ricordo di quella mattina tremenda riaccende un dolore forzatamente sopito.

pioggia

In questo cielo non si vedono le stelle come dal nostro giardino e ho perduto anche la stella che guardavamo insieme, sentendomi ancora più solo e disperato. Le giornate sono dure, abbiamo trovato lavoro, non il lavoro per il quale abbiamo studiato, ma quello che altri non vogliono occupare. Non è questo a far male, ma l’essere guardato come diverso, come qualcosa che non ha dignità e valore. Eppure la mia vita è vita come quella di un altro uomo, come quella del vicino di casa o del proprietario del negozio di animali. La notte è lunga da far passare. La stanchezza ci fa crollare, ma imperioso ritorna nei sogni il rumore degli spari, di quegli spari che hanno tolto la vita al tuo sposo e nostro padre. Il suo sangue sacrificato per una ignobile convinzione mi macchia ancora gli occhi, ma non me li accende di odio. Non posso odiare perché non mi hai insegnato a farlo… Se ora odiassi colui che ci ha causato tanto dolore sarei esattamente come lui meschino, malvagio, corrotto. Non è questo ciò che voglio essere. Quando racconto la mia storia, non tanto per compassione ma per buttare fuori la rabbia, vengo visto come un narratore triste che racconta una storia altrettanto triste. Eppure la sofferenza che abbiamo nell’animo è tanta e forse non la si può descrivere. Non è facile esprimersi in una lingua che non è la tua. Come si fa a far capire che ci si sente come prede braccate da cani feroci in una fuga senza armi di difesa? Mi meraviglia la superficialità di tanti che non apprezzano ciò che possiedono. Ho capito il valore delle cose solo quando i miei averi consistevano solo in quello che indossavo e la mia identità in un pezzo di carta. Come far capire che ciò che fa paura è attraversare il mare in tempesta su una barca di fortuna ed essere buttati nell’acqua gelida e non un fantasma costruito per noia.

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Solo il tuo cuore di madre può capire. Mi manca il tuo abbraccio tenero e l’odore dolce della tua pelle. Non voglio rattristarti, abbiamo incontrato persone buone che ci aiutano e sono certo di poterci rivedere presto. Ti penso tutti i giorni, sogno di ritornare, di rivedere i colori caldi della nostra terra, di ricostruire la nostra casa ridotta in macerie, di rimettere insieme i tasselli di una vita sfaldata. Perché ci è capitato tutto questo? Emete mi ripete in continuazione di non pensarci, di andare avanti e rifarci una vita nuova qui in Europa, ma come si può dimenticare la propria patria…è come rinnegare se stessi. Forse non sarei dovuto partire o forse ha ragione Emete: questa è la mia vera patria, questa è la vita che devo vivere.

Ti abbraccio e ti bacio, tuo Ferhat.

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