Racconti brevi

Il racconto del lunedì: Il carcere

 

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Il cortile era affollato nonostante il caldo facesse boccheggiare anche il più incallito sostenitore delle estati torride. Nonostante ciò, nessuna rinunciava a quell’ora d’aria che a molte sembrava quasi una alternativa alle squallide celle. Le mura di cinta erano abbastanza alte da garantire l’ombra fino a metà del cortile, così quasi tutte riuscivamo a evitare il sole che si manteneva rovente fino al pomeriggio inoltrato.
Annie se ne stava appoggiata con le spalle al muro, assorta nei suoi pensieri, pensava e ripensava a quella notte e al pericolo che la sua famiglia aveva subito. E la rabbia le aumentava quando pensava alle parole del giudice, che l’aveva voluta per forza far condurre in carcere perché la riteneva un soggetto capace di reiterare il reato. Nonostante ciò Annie non si scoraggiava, ne aveva passate tante ed era abbastanza forte da superare anche questa.
Mentre la sua mente ripercorreva i fatti di quella notte assurda, i suoi pensieri vennero interrotti dal pianto di una bambina. Si trattava di Emily, la figlia di tre anni di Collyn, l’ergastolana che da tutti era considerata la leader delle detenute.
Collyn aveva un atteggiamento spavaldo, rude e uno sguardo che inceneriva chiunque tentasse di rivolgerle la parola. Annie, da quando era entrata nel penitenziario di Fresno in California, non ci aveva mai pensato ad avvicinarsi a lei, soprattutto dopo le storie che la sua compagna di cella le aveva raccontato su di lei. Ma quando la sua bambina faceva i capricci, Collyn sembrava una donna normale, con le preoccupazioni di ogni donna e forse un po’ di rimorso verso la figlia per la sua condizione di madre non proprio esemplare andava a peggiorare il suo carattere già spigoloso.
Le donne che erano ammesse nel giro di Collyn cercavano di dare consigli o di far distrarre la bambina con qualche gioco improvvisato, ma niente sembrava fare effetto, anzi il pianto diventava sempre di più forte.
Collyn prese la bambina in braccio e iniziò a passeggiare avanti e indietro nel cortile, le cantava qualche strofa di una canzone ad Annie sconosciuta, le chiedeva cosa volesse, ma di tutta risposta la bambina piangeva e piangeva… non faceva altro che piangere.
– Perché non le leggi una storia?
Annie non si era resa conto di aver pensato ad alta voce e di averlo fatto con la persona sbagliata. Se ne pentì all’istante quando Collyn si girò verso di lei e con disprezzo le disse:
– Cosa hai detto?
Annie non rispose, era paralizzata dalla paura. Forse aveva compiuto la più grande stupidaggine della sua vita.
– Dico a te, cosa hai detto? – ripeté la donna.
Non era necessario guardarsi intorno per rendersi conto di avere tutti gli sguardi, compresi quelle delle guardie, puntati su di sé, ma furono proprio gli sguardi delle guardie a dare ad Annie un po’ di coraggio.
– Perché non le leggi una storia?
La voce di Annie male nascondeva il suo timore, ma ormai era stata tirata in ballo e tanto valeva andare fino in fondo in questa storia.
– I bambini si rilassano quando sentono la voce della madre raccontare le storie disegnate sui libri.
– Come ti chiami? – le disse Collyn mantenendo il tono della voce minaccioso
– Mi chiamo Annie
– Bene Annie, perché ti trovi qui? Cosa hai fatto, hai rubato le uova dal pollaio?
Quelle parole produssero una risata generale, ma bastò un lieve gesto di ammonimento che Collyn fece con la testa a far ritornare il silenzio. Nonostante il timore che la donna incuteva, Annie aveva compreso l’interesse di Collyn nei confronti non tanto della sua persona, ma del suo consiglio. Così Annie ebbe un pizzico di coraggio in più e riuscì, rispondendole, a guardarla in viso e a raccontare la sua storia.
– Qualche giorno fa’, mentre ero con la mia famiglia, dei ladri si sono introdotti in casa. Hanno puntato una pistola contro mio marito e mio figlio avvertendoci che ci avrebbero ucciso tutti se non gli avessimo dato i soldi che cercavano. Noi soldi non ne avevamo e quando uno dei due si stava per avventare su mio figlio, non ci ho pensato più di un attimo, ho afferrato il coltello dell’arrosto e gliel’ho conficcato in un fianco. L’uomo è morto quasi sul colpo, l’altro è scappato. Io sono qui in attesa del processo.
Collyn ascoltò le sue parole e se ne andò senza dire una parola. Annie pensò di essersela cavata con poco e che quella volta le era andata bene. Sarebbe stata più attenta in futuro, visto che in quel carcere doveva starci ancora per un po’.
I giorni seguenti trascorsero normali, tutto sembrava tranquillo, fino a quando quel lunedì, mentre Annie aveva il turno di pulizia del refettorio non le comparve avanti Collyn. Il terrore le percorse tutto il corpo; erano sole nel refettorio e lei non aveva di certo la forza e le capacità necessarie per difendersi da Collyn.
– Quello che dicevi l’altro giorno, di leggere i libri ai bambini, funziona davvero?
Annie rimase senza parole, tutto si aspettava tranne un’affermazione simile.
– Allora? Ti sei ingoiata la lingua?
– No no, scusa, ma non mi aspettavo una cosa simile.
– E sentiamo cosa ti aspettavi?
– Beh, si dicono tante cose su di te.
– Sì, si dicono tante cose e molte sono anche vere, ma ora rispondi alla mia domanda.
– È importante leggere libri illustrati ai bambini, soprattutto nei primi anni di vita; li aiuta a conoscere e sviluppare l’immaginazione.
– Bene, da domani leggerai a mia figlia quello che ti pare. Mi hanno detto che c’è una biblioteca in questo carcere. Puoi prendere lì i libri.
Annie, ancora più sbalordita e un po’ frastornata per la bizzarra richiesta, non celò il suo pensiero.
– Non sono io sua madre, lei da te vuole ascoltare le favole, sarà la tua voce a darle sicurezza, ma anche bei ricordi trascorsi con la madre quando sarà più grande e in grado di ricordare bene.
– Invece credo che debba proprio farlo tu, non hai possibilità di scelta.
– Vuoi che tua figlia abbia ricordi legati ad una estranea e non a sua madre?
– Io non posso farlo.
– Perché non puoi farlo?
– Ti ho detto che non posso farlo, sarà compito tuo.
– Ma dimmi perché non puoi farlo.
Seguì un momento di silenzio, negli occhi di Collyn c’era un velo di rabbia che però, sotto lo sguardo rassicurante e incoraggiante di Annie, in breve si sciolse.
– Non so leggere.
Forse per la prima volta da quando era in quel carcere la temibile Collyn aveva mostrato una sua debolezza.
– Per questo ho chiesto a te di farlo al posto mio, non credo che qui dentro ci siano molte persone in grado di leggere e scrivere e tu sembri una capace.
– Quindi se non sai leggere – azzardò Annie – non sai nemmeno scrivere.
– Solo la mia firma.
– Bene, è un buon inizio. Ti insegnerò a leggere e scrivere, così sarai tu a raccontare le favole alla tua bambina.
Il giudice riconobbe a Annie la legittima difesa e in poco tempo ritornò alla sua vita di bibliotecaria a cui si aggiunse il progetto di volontariato nel carcere femminile di Fresno, in cui insegnava a leggere e scrivere alle detenute.

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