Racconti brevi

Il racconto del lunedì: Caffè Kingston (prima parte)

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I Capitolo

La pioggia batteva forte contro il grande vetro oscurato. Mi permetteva di vedere fuori senza essere vista. Così seguivo i passanti da quando svoltavano l’angolo della strada fino a quando scomparivano alla vista. A volte entravano nelle pagine del mio taccuino con nomi russi impronunciabili e storie di spionaggio o amori clandestini. Comparve un uomo magro e alto, camminava lento sotto la pioggia con il bavero della giacca alzato, la falda larga del cappello gli riparava il viso dalla pioggia, aveva le mani in tasca e le spalle strette come a proteggersi da una qualche minaccia; due ragazze corrono sotto lo stesso ombrello e si infilano velocemente nel cinema, il film sta per iniziare e sono in ritardo. C’era un nuovo film: una di quelle storie ambientate tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, forse era tratto da qualche romanzo poco conosciuto. Non ne sapevo molto, non ho mai seguito con attenzione il cinema. Forse avrei dovuto iniziare ad interessarmene di più, non mi sarebbe dispiaciuto andare a vedere un film, magari da sola. Avevo finito il mio tè e stavo raccogliendo le mie cose per andarmene quando mi accorgo di lui.
Da qualche settimana aveva iniziato a frequentare il mio stesso locale e mi dava quasi fastidio quando, arrivato prima di me, occupava il mio solito posto. Stavo per alzarmi e andare via, ma lui mi anticipò. Non volevo incrociarlo all’uscita, quindi indugiai ancora un po’, ma lui, superando la porta, si venne a sedere al mio tavolo e con fare tranquillo, come se fossimo amici, come se si fosse da poco allontanato da me, mi disse:
– Oggi pomeriggio ti ho sognato. Eravamo qui per la presentazione di un libro. Era un po’ diverso il locale, ma era questo. Sei arrivata tu, con il tuo quaderno. Indossavi un cappottino verde, eri bellissima. Io ero solo, mi rivolgi una parola, un rimprovero, e ti allontani. C’era tanta gente che aspettava me, esco fuori dal locale. Avevo paura, avevo un dolore sul cuore. Tutti mi aspettavano, ma tu eri andata via.
– E poi? – dissi con una certa sorpresa, che tradiva curiosità e simpatia.
– Poi – rispose – sono rientrato. Il resto non esiste, mi sono svegliato.
– E perché volevi aspettare me?
A capo chino, senza guardami negli occhi:
– Perché nel sogno eri l’unica persona che volevo presente. Non mi interessava del resto.
Restammo in silenzio qualche minuto, poi chiamai il cameriere e ordinai due tè.
– Rimango ancora un po’- dissi – Se vuoi, puoi restare qui con me.

II Capitolo

Era una giornata come tante altre, non pioveva più come i giorni precedenti, ma il cielo era rimasto grigio. Anche il mio umore sembrava essere uguale a quella giornata un po’ piatta, indifferente a ciò che accadeva intorno. Era un lunedì e dopo il lavoro mi aspettava il mio solito tavolino, dovevo solo passare di casa per prendere il mio taccuino e andare al bar. Quella mattina mi sentivo abbastanza stralunata, avevo trascorso la notte a correggere un noiosissimo saggio di storia americana e mi ero addormentata sul divano. Poche ore di sonno ed ero già in piedi per andare al lavoro, ma in condizioni davvero pietose. Pensai che avevo anche il tempo di cambiarmi la camicia. Come al solito mi ero versata addosso il caffè da una tazzina abbandonata sulla scrivania, che avevo dimenticato di bere perché presa dal lavoro. Entrai nel bar, era quasi deserto. Il mio posto era libero, solitario come sempre, adatto alla scrittura. Il cameriere mi servì il solito tè, mentre ero già al lavoro. Un fiume di pensieri, di sentimenti mi affollavano, dovevo solo trascriverli per evitare di perderli.
– Cosa scrivi? Posso sapere?
Mi girai un po’ infastidita, mi aveva interrotto, e spesso mi capitava di perdere il pensiero di quel momento, di perdere il ricordo di un odore, non trovare più le parole giuste per descrivere un rumore.
– Niente di che… Da quando sei lì?
– Già da un po’.
– Non ti ho sentito arrivare.
– Ti ho salutata, ma eri così assorta che non mi hai sentito.
– Mi dispiace, non volevo…
– Tranquilla, scusami tu, ti sto disturbando, ma il tuo tè si è fatto ormai freddo. Posso offrirtene un altro?
– Grazie, non devi, berrò questo.
– Mi fa piacere.
Ordinò un altro tè e stavolta lo bevvi con calma, riflettendo su quello che avevo scritto e all’improvviso gli chiesi se lo voleva leggere. Lui accettò. Gli passai il taccuino aperto alla pagina che avevo appena terminato di scrivere.
Quando chiuse il quaderno gli chiesi cosa ne pensasse:
– Quello che hai scritto è meraviglioso.
Notai in lui una sorta di imbarazzo nel pronunciare quelle parole, se avesse potuto scrivere sarebbe stato più facile parlare per lui.
Accennai un mezzo sorriso e, continuando a bere, voltai lo sguardo verso la strada. Avevo scritto il suo sogno, che in parte era anche il mio.
– Io ora devo andare via – mi disse – se in questi giorni ti capita di passare per via Gramsci vieni alla galleria d’arte, io lavorò lì.
– Grazie, magari qualche volta passo.
Lui se ne andò, io rimasi ancora un po’ a pensare e a seguirlo con lo sguardo, mentre procedeva sul marciapiede accendendosi una sigaretta. Avevo abbandonato ormai i miei pensieri, si erano esauriti con l’ultima frase che avevo scritto. La mia attenzione era catturata da quel ragazzo dagli occhi chiari che tradivano una certa inquietudine. Sembrava avesse un peso sulle spalle, qualcosa che non lo facesse sentire leggero. Era sempre solo, un po’ come me. Ci eravamo incrociati diverse volte nel locale, il giorno prima mi aveva parlato del suo sogno, mi aveva sorriso, ma mai ci eravamo presentati. Gli avevo fatto leggere cose che tenevo riservate. Perché? In realtà quella persona mi ispirava fiducia, il suo sguardo su di me mi faceva sentire al sicuro.

III Capitolo

Erano le undici e trenta circa, la riunione era finita presto e non avevo voglia di tornare in ufficio, decisi di raggiungere via Gramsci. Era una giornata tranquilla, per strada non c’era quasi nessuno. Una signora anziana percorreva il marciapiedi nel senso contrario al mio, trascinando il carrellino pieno fino all’orlo, tornava forse da qualche mercatino rionale. Un uomo sulla quarantina a passo svelto mi sorpassa, era al telefono, indossava un vestito classico, un soprabito blu e uno zaino sportivo, un accostamento strano ma che lo rendeva simpatico alla vista. “Prendo il treno tra un’ora, penso di essere lì entro le quattordici così pranziamo insieme…” era lontano ormai e non riuscii più a sentire le sue parole. Con chi parlava? La moglie, la fidanzata, un collega…e dove andava? Lo avrei seguito per sbirciare la sua esistenza e in un certo senso lo avrei fatto, inserendolo in una mia storia. Gli avrei dato una destinazione, una identità precisa, un lavoro rispettabile, insomma gli avrei costruito una nuova vita. Sarebbe stata la scrittura a suggerirmela; le parole, le vicende i caratteri, tutti veniva fuori spontaneamente mentre scrivevo. Era un mistero la scrittura, una esigenza fisica che a volte mi riempiva il cuore di inquietudine e solo dopo l’ultimo punto ritornava la pace. Non c’era più nessuno per strada, tranne un uomo sulla soglia del suo negozio di stoffe. La vetrina conservava ancora lo stesso aspetto del primo giorno di apertura. Un rivestimento in legno scuro tratteneva grandi vetrine che mostravano stoffe per abiti da sera appena accennati su neri manichini di donna, intere bobine di stoffe erano poste una sull’altra a mostrare tutte le sfumature di uno stesso colore. La grande insegna, come quella dei negozi della prima metà del novecento, portava la scritta in quella che chiamavano “bella grafia” Stoffe e Tendaggi dal 1936 – Fratelli Amoruso. Sembrava essere un mondo a parte, molto differente dagli altri negozi che stavano sulla stessa strada, grandi catene commerciali, un bar, un negozio di articoli per la casa intervallati da grandi portoni bui sui quali si ergevano enormi palazzi dalle facciate quasi tutte uguali. Era la prima volta che facevo caso a quei palazzi, non mi ero mai soffermata a guardarli, anzi non li avevo mai conosciuti. Ne rimasi sorpresa, era come se avessi scoperto una nuova città, piena di nuove storie.
Quasi al termine della strada c’era la Galleria d’Arte contemporanea. Era in esposizione la personale di un artista inglese. Il banner pubblicitario non mi diceva niente. Nel bar accanto ordinai un caffè da portare e entrai nell’atrio. Una volta all’interno, mi resi conto che non conoscevo nemmeno il nome di quel ragazzo. Sperai lavorasse alla biglietteria, ma lì trovai una ragazza dallo sguardo abbastanza annoiato. Mi avvicinai con la massima discrezione, quasi a dirle “mi dispiace disturbare”:
– Buongiorno, avrei bisogno di una informazione.
– Il biglietto per la mostra costa 9 euro. Se vuole visitare anche l’esposizione permanente il costo è di 13 euro. Se rientra in queste categorie può godere delle riduzioni.
E mi indicò con il dito un elenco scritto su un pannello.
– Mi perdoni, ma non sono qui per la mostra. Sto cercando un ragazzo che lavora qui.
– Come si chiama?
– A dire il vero non lo so, ma avrei bisogno di incontrarlo.
– Avete un appuntamento?
Avevo notato una certa diffidenza nel suo tono, quindi decisi di mentirle.
– No, non abbiamo un appuntamento. Ma avrei bisogno di parlargli. Io lavoro per una casa editrice e ci siamo conosciuti durante l’ultima presentazione che abbiamo organizzato. Avrei bisogno di fargli una proposta di collaborazione.
Non sapevo di che cosa si occupasse al lavoro e sperai di non essermi bruciata la bugia. Se fosse stato un semplice custode, la mia proposta di collaborazione non avrebbe retto.
– Ah si, lei parla di Andrea Montichiari, è lui che si occupa della gestione degli eventi.
– Oggi è a lavoro? È possibile incontrarlo?
– Si, è venuto, ma da quando è arrivato non l’ho più visto. Ora chiamo nel suo ufficio e l’avviso che è qui. Chi lo cerca?
Ebbi un momento di indecisione. Effettivamente nemmeno lui conosceva il mio nome. Era ormai il caso di presentarsi.
– Gli dica Sandra Zevin, responsabile editoriale di Il Cormorano Edizioni.
Digitò un numero sul telefono, ma dall’altra parte della cornetta non rispose nessuno.
– Guardi in ufficio non c’è. Ma in fondo all’atrio trova l’ascensore. Salga al terzo piano, la prima stanza a sinistra è il suo ufficio. Non può sbagliarsi, c’è solo lui in quel piano.
La ringraziai e mi diressi all’ascensore. Mentre aspettavo che scendesse, pensavo a cosa gli avrei detto. L’ascensore si aprì, vi entrai e dopo poco mi ritrovai al terzo piano.
C’era silenzio, la porta di quello che doveva essere il suo ufficio era aperta. Mi avvicinai, mi affacciai e diedi il buongiorno con tono pacato, ma dentro non c’era nessuno.
Entrai di qualche passo, poggiai il caffè sulla prima scrivania piena di faldoni e pubblicazioni d’arte e uscii dalla stanza. Il pc era acceso, una cartellina aperta sulla scrivania. “Si sarà allontanato – pensai – mi conviene aspettare un po’”. Iniziai a camminare per il corridoio. Di seguito all’ufficio c’era un’altra porta chiusa, forse un altro ufficio, e poi le scale di emergenza. Di fronte, invece, vi erano tre porte identiche, a vetri poste alla stessa distanza ognuna dall’altra, coperte all’interno da pesanti tende di tessuto rosso. Una delle porte, l’ultima, era aperta. Mi avvicinai per dare un’occhiata e vidi delle sedie rosse disposte in fila. Doveva essere una sala conferenze. Superai la soglia per vederla tutta. In fondo c’era un grande tavolo, delle bandiere e fu allora che lo vidi. Era seduto a metà sala, su una sedia interna, vicino al muro. Era piegato su se stesso, i gomiti sulle gambe e le mani nei capelli ricci. Mi resi conto che qualcosa non andava. Pensai di andare via, in fin dei conti non si era accorto della mia presenza. Sarei passata di nuovo nel suo ufficio, avrei lasciato un biglietto e ci saremmo visti al nostro bar. Ma le spalle abbandonate come in una resa incondizionata, le mani sulla testa come a voler reprimere i ricordi mi attirarono come una calamita. “Non hai alcun diritto di intrufolarti nella sua vita” – dissi tra me e me – ma già ero avanzata di parecchie file di sedie nella stanza, entrai in quella davanti a lui e mi sedetti. Fu solo allora che si accorse di me. Guardandomi mi resi conto che era sorpreso e spaventato. Aveva gli occhi sconvolti.
– Ciao, tutto bene?
– No, non va bene.
– Ci sono io qui.
E scoppiò in un pianto dirotto. Non avevo mai visto un uomo piangere in quel modo. Mi commosse a tal punto che ebbi voglia di abbracciarlo, ma gli accarezzai solo la testa e lui, a testa bassa, trattenne con le dita la mia mano su di lui.
Dopo un po’ riuscì a calmarsi. Cercò di controllarsi e darsi una sorta di contegno.
– Scusami, io non immaginavo…
Lo interruppi dicendo.
– Passavo di qui e ho pensato di portarti un caffè, è nel tuo ufficio, ma ora sarà freddo.
– Grazie, andrà bene lo stesso.
– Stasera vado al Caffè Kingston. Alle 17 sono lì. Se passi ci prendiamo qualcosa insieme.
– Non so se stasera sono in grado di uscire.
– Io sarò lì, se ti va.
– Ok…
Mi alzai e mi diressi verso l’uscita.
– Allora ci vediamo oggi pomeriggio, se ti va. Comunque io mi chiamo Sandra.

…continua QUI.

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