Racconti brevi

Il racconto del lunedì: I peggiori bar di Caracas

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Anche quella notte trascorreva insonne. Era da diversi mesi che non riusciva a dormire più con tranquillità. Da quando Mary se ne era andata senza dargli una spiegazione, Daniel non riusciva più a essere sereno in nulla. Le giornate trascorrevano come sempre tra lavoro, casa, qualche distrazione; era riuscito anche ad accettare quell’abbandono improvviso e senza nemmeno una spiegazione, dandosi la colpa di tante cose che tra lui e Mary non erano andate bene. Ma la notte lo tormentava, la notte era il momento peggiore. Era costretto a restare solo con se stesso, a fare i conti con le proprie azioni, i propri pensieri, i propri desideri. In quei momenti avrebbe voluto perdere la memoria, non ricordare ciò che di bello aveva vissuto nella sua vita e che sembrava non potesse più tornare. Quando i pensieri si facevano pesanti a tal punto da non permettergli di stare fermo, sentiva la necessità forte di uscire e girare per le strade senza una meta fissa. L’aria fresca della notte gli dava un po’ di pace e lo risvegliava da quel torpore indolente in cui la sua anima era caduta da tempo.

Fu in una di quelle passeggiate notturne che nacque l’abitudine di Daniel di frequentare quelli che lui chiamava “i peggiori bar di Caracas”. Non erano molti i bar aperti tutta la notte, ma a lui bastavano per soddisfare quella sua strana necessità. A volte girava con la macchina anche ore per poterne scovare uno nuovo e trovare proprio quello che soddisfaceva le sue esigenze.  Non si accontentava di un bar qualsiasi, ma doveva avere un aspetto anni ’80, con il rivestimento delle sedie in plastica intrecciata, il legno e gli specchi alle pareti, il ventilatore al soffitto e se c’era anche un biliardo in una saletta fumosa e senza finestre era perfetto.

Quella sera, una come tante negli ultimi tempi, Daniel decise di non andare lontano e si recò a piedi al bar che distava solo due isolati da casa sua. Erano le due di notte e il bar, come al solito, si presentava quasi vuoto. Si avvicinò al bancone senza salutare e chiese al barista, mezzo addormentato, una birra fredda. Con straordinaria lentezza, il barista si distolse dal suo dormiveglia e prese dal frigo la birra, la stappò e, accompagnandola con la mano, la fece scivolare sul bancone in direzione di Daniel, che la prese accennando un grazie con la testa. Il barista ritornò al suo sgabello, cadendo nuovamente nel suo stato di sonnolenza. Daniel rimase a guardarlo per qualche minuto. Si chiese che vita potesse avere quell’uomo dall’aspetto trasandato e quasi sgradevole, magari di giorno era tutt’altra persona. Lasciando in sospeso quel pensiero, prese la sua birra e si andò a sedere ad una delle sedie di fronte il bancone. Sul tavolino c’era ancora il giornale del giorno, lo scostò per poggiare la birra.

Alzò lo sguardo e iniziò ad osservare le vite di quegli uomini soli. Quella sera ce n’erano solo due al bar, il primo poteva avere una cinquantina di anni e da quando frequentava quel locale, lo ricordava sempre impegnato a giocare con una delle due macchinette mangiasoldi che da qualche anno erano presenti in quasi tutti i bar. Una notte, rivolgendosi proprio a Daniel, dopo che questi gli aveva offerto una birra, gli disse di essere certo che presto avrebbe vinto una grande somma di denaro, così avrebbe potuto riconquistare la fiducia dei suoi figli e dimostrare alla ex moglie di non essere un perdente.

Ad un tavolo poco distante c’era, quella sera, anche un uomo anziano, sembrava quasi un barbone, forse lo era. Ed era proprio la persona di cui Daniel aveva bisogno. Gli occhi di quell’uomo lo colpirono come un pugno in pieno stomaco. Erano chiari, umidi, malinconici. In quegli occhi Daniel leggeva la solitudine, la necessità di affetto, di attenzione. Erano quelle le persone che cercava nei peggiori bar di Caracas, casi umani che lo aiutavano a tirare fuori tutta la sua inquietudine, tristezza e amarezza. Solo così riusciva a toccare il fondo, ad abbandonare ogni forza e perdersi nella sua sofferenza. Sapeva di farsi del male, ma aveva bisogno di soffrire, di vivere il dolore, il degrado, la solitudine in cui il mondo costringeva l’uomo. Solo così poteva convincersi di non essere l’unico a soffrire e a sentire meno il peso dell’abbandono.

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