Volgare eloquenza, come la politica ha cambiato le parole

Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica è un saggio di Giuseppe Antonelli, edito nella collana Economica di Laterza, in cui viene analizzato il cambiamento del linguaggio della politica nel tempo. In particolare, l’analisi di Antonelli prende le mosse dalla rivoluzione linguistica messa in atto da Berlusconi con la Seconda Repubblica.

È il 1994 l’anno della svolta, che coincide con la discesa in campo di Berlusconi. Da quel momento assistiamo ad un cambiamento nel modo di fare politica e di parlare alle masse. Se prima il linguaggio della politica era “alto”, accademico, ora è rivolto a tutti, è diretto e di facile comprensione e come scrive Antonelli abbiamo assistito ad una evoluzione (involuzione) che nel giro di pochi anni ha portato l’italiano della politica da una lingua artificialmente alta ad una lingua altrettanto artificialmente bassa. Una lingua basica, elementare, grossolana.

Il seguito allo svilupparsi dei social network si è ampliato lo spazio della politica. Se prima era limitato al talk show visto da un pubblico specifico, all’aula parlamentare o alla sede di partito per gli addetti ai lavori e al bar per il popolo, con i social questo spazio si è allargato dando accesso a tutti, nel bene e nel male. Infatti, scrive Antonelli:

Lo spazio delle parole si è ampliato a dismisura, ma nella stessa misura si è ridotto il tempo per il ragionamento e la discussione. Le uniche parole sono rimaste, così, parole d’ordine (o di disordine) ripetute all’infinito, riprese a voce sempre più alta per coprire la voce di chi in quelle parole non si riconosce. Alla partecipazione si è sostituita la condivisione. Un meccanismo che sfrutta la reticolare orizzontalità della rete, ma è in realtà verticale e verticistico. Perché trasforma ogni attivista in un passivo ripetitore impegnato a diffondere, rilanciandolo, un messaggio preconfezionato.

L’eloquenza che prima era sinonimo di qualcosa di puro e aulico, assume però un valore negativo e diviene volgare. Cosa si intende per Volgare Eloquenza, allora? Spiega Antonelli:

In latino il popolo si chiamava vulgus. Dunque volgare aveva in origine l’accezione di “popolare”, anche nel senso di “comune a tutti”. Il senso che oggi diamo alla parola – quello di rozzo, triviale – comincia a diffondersi solo da Cinquecento. Ecco perché Dante chiamava “volgare” la lingua parlata dal popolo: quella che nel De Vulgari Eloquentia considerava ormai abbastanza nobile da potersi sostituire al latino. Oggi, l’eloquenza di molti politici può essere definita “volgare” proprio a partire dall’uso distorto che fa della parola e del concetto di popolo.

E ancora Antonelli chiarisce cosa è il popolo oggi, o meglio esso come viene percepito dalla politica, che lo manovra a proprio vantaggio:

Nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come un popolo bue. Qualcuno a cui rivolgersi con frasi ed espressioni terra terra, cercando di risvegliarne bisogno e istinti primari. O tutt’al più come un popolo bambino: un capricciosissimo moccioso da viziare in ogni modo pur di portarlo dalla propria parte. Questa eloquenza è volgare perché da questa idea di popolo discende una lingua che è al tempo stesso paternalista e antipedagogica.

Antonelli con il suo studio ripercorre i momenti salienti di una politica che ha cambiato il modo di parlare al popolo di sé e della nazione. L’autore analizza quello che chiama Marketing elettorale e poi politico, gli slogan, i tweet, i post e i blog, ovvero tutti quei luoghi che la politica fino ad ora ha occupato e piegato ai propri bisogni. Antonelli spiega le origini di ogni atto comunicativo e come esso sia stato distorto; ci dice come ciò che era popolare sia diventato populista; come esso sia degenerato svuotandosi di valori reali. Come è possibile arginare tutto questo? Antonelli scrive:

Bisogna avere il coraggio di rifiutare la semplice logica del rispecchiamento. Andare oltre lo specchio (…) significa abbandonare l’idea che la politica debba limitarsi a ripetere la vox populi. (…) L’italiano populista ostenta una popolarità artificiale e orgogliosamente becera. Puntando sul politicamente e sul grammaticalmente scorretto, usa turpiloquio e strafalcioni come nella retorica classica si usavano gli ornamenti.

Per chiudere, possiamo affermare l’urgenza di ritrovare nella parola un contenuto che guardi concretamente al futuro del paese, attraverso la chiarezza di idee e la pulizia delle argomentazioni. e come diceva Catone il censore Rem tene, media sequetur.

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