Enigma Laocoonte, il racconto di un’opera e del suo mistero di Francesco Colafemmina

Francesco Colafemmina ci racconta nell’intervista la genesi della sua opera e del Laocoonte che ha radici nella storia del passato, ma che si afferma per la sua contemporaneità

Il 14 gennaio del 1506 nella vigna di un funzionario pontificio, Felice de Fredis, fu ritrovato un complesso marmoreo che avrebbe condizionato profondamente l’estetica europea: il Laocoonte. Immediatamente identificato come uno dei capolavori della statuaria antica, menzionato da Plinio nella sua Storia Naturale, papa Giulio II lo acquisterà per il suo Cortile del Belvedere appena ultimato da Bramante. Sul luogo della scoperta quel giorno apparve – comparsa quasi furtiva – Michelangelo Buonarroti. Il Laocoonte lascerà un segno indelebile sulla sua arte di imprimere energia e forza vitale al corpo umano. A distanza di più di vent’anni da quella scoperta, nella stanza segreta della sacrestia nuova di San Lorenzo, dove Michelangelo si nasconde per timore di rappresaglie medicee, l’artista disegna con un pezzo di carbone una perfetta testa di Laocoonte sul muro, alla luce di una candela di sego. Perché il sacerdote troiano diventa un tema centrale nella sua vita? E se questo legame avesse un’altra spiegazione? Se Michelangelo, già noto per una famosa contraffazione, un Cupido dormiente, antichizzato a dovere e sepolto in una vigna, e venduto per antico al cardinal Riario nel 1496, avesse replicato la “truffa”, dopo aver sperimentato quanto il burbero papa Giulio fosse munifico per l’arte? Nel 2005 lo studio di una storica dell’arte statunitense destò un certo clamore nell’avanzare proprio questa ipotesi: Michelangelo autore del Laocoonte vaticano.

Così prende avvio il libro di Francesco Colafemmina, Enigma Laocoonte, edito da Mimesis Edizioni. Il volume “analizza tutti gli ingranaggi di questa intricata vicenda, ne ricostruisce il contesto storico e culturale, richiamando la dimensione simbolica del Laocoonte e il suo messaggio spirituale e politico”. Ma sentiamo dalle parole dell’autore il dettaglio dell’opera e come è nata.

Dove è nata l’idea di scrivere un’opera intorno al Laocoonte? E perché proprio il Laocoonte?

nata quasi per caso, per una di quelle imprevedibili congiunzioni astrali che costellano la nostra vita. Pur essendo un grande appassionato di arte antica, non avevo mai indagato sull’ipotesi intrigante che il Laocoonte vaticano non fosse un’opera dell’antichità. Poi un giorno un caro amico, reduce da uno spiacevole incidente, mi disse queste parole: “Francesco, noi siamo come il Laocoonte che grida la verità, che denuncia certe storture ma viene ammazzato assieme ai suoi figli dai serpenti… Quella statua ha molto da raccontarci!”. Così mi sono messo sulle tracce del Laocoonte e di questa sua “modernità”, e ho finito per imbattermi in Michelangelo…

Il libro racconta di un giallo artistico. Cosa si intende?

E’ una ipotesi, o forse qualcosa di più d’una ipotesi. La possibilità, insomma, che il famoso complesso marmoreo menzionato da Plinio il Vecchio come una delle più mirabili opere d’arte statuaria dell’antichità, ritrovato in una vigna romana nel gennaio del 1506 non sia in realtà la stessa opera citata da Plinio, ma una reinterpretazione in stile antico di Michelangelo, interrata con l’intento di venderla ad un prezzo elevato al più grande collezionista della Roma dell’epoca, papa Giulio II. Qualcosa tuttavia andò storto.

Qual è il ruolo di Michelangelo Buonarroti nel libro?

Seguiamo da vicino alcuni momenti della sua vita, a partire dal suo primo arrivo a Roma e dalla sua prima contraffazione, quella di un Cupido dormiente venduto per antico al Cardinal Riario nel 1496. Una truffa in piena regola che fu tuttavia scoperta, ma fruttò a Michelangelo la fama di prodigio della scultura. Dopo dieci anni lo stesso Riario firmerà il contratto di acquisto del Laocoonte ritrovato nella vigna di un funzionario pontificio, Felice de Fredis. Ma anche questa volta la truffa fu scoperta, tuttavia ad essere truffato era addirittura papa Giulio II che a Michelangelo aveva commissionato un anno prima la sua tomba monumentale. L’artista fuggirà da Roma, braccato da emissari del papa che intendono ricondurlo dal papa, si rifugerà a Firenze e penserà persino a fuggire in Turchia. Infine giungerà la riconciliazione e ancora una volta sarà premiata la straordinaria maestria di colui che fu capace di superare l’indiscusso modello dell’antichità: il papa gli affiderà la sfida della Sistina.

Il Laocoonte è una delle opere più potenti della storia dell’arte. Cosa ci dice oggi la sua immagine?

Ci parla del crollo di una civiltà e della scelta che è offerta agli spiriti che avvertono gli scricchiolii, le fenditure nella muraglia. Essere Laocoonti, gridare il vero, e finire atterrati da nuove occhiute censure, dalle distruttive mode di un conformismo che ha preso di mira le fondamenta stesse della nostra civiltà, o salvare il seme come fa Enea, dopo aver assistito alla fine di Laocoonte e dei suoi figli. Oppure scegliere di incarnare entrambi.

Il lettore che sceglie il suo libro cosa ha tra le mani? Un saggio, un romanzo o cosa di preciso?

Di sicuro un saggio. Ogni dettaglio storico, ogni episodio della vita di Michelangelo è ampiamente documentato e nulla è lasciato alla fantasia. Direi che oltre il saggio c’è un pizzico di riflessione filosofica. Quel tanto che basta a lasciare aperti interrogativi e riflessioni nel lettore al di là della storia del Laocoonte vaticano.

Chi è il destinatario di quest’opera e cosa ci insegna?

E’ un’opera non pensata per un pubblico specifico, ma più in generale per chi ama l’arte e la storia, e se può permettersi di insegnare qualcosa è che ognuno di noi nel suo piccolo è custode di un qualche tesoro, di una qualche esperienza o tradizione da tramandare ai propri figli, ai propri nipoti, in tempi piuttosto funesti e, per certi versi, terminali, come quelli che stiamo vivendo.

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