Recensione | “L’anno della lepre” di Arto Paasilinna

“Le imprese di Vatanen rivelano il suo spirito rivoluzionario, autenticamente sovversivo: qui sta la sua grandezza”

Arto Paasilinna è stato uno degli autori finlandesi più noti al mondo. In Italia è particolarmente conosciuto per aver ricevuto nel 1994 il premio letterario Giuseppe Acerbi per il suo romanzo “L’anno della lepre” edito da Iperborea.

Ed è proprio di questo romanzo che oggi vi voglio parlare. Brevemente vi racconto la trama e fate attenzione a qualche spoiler. Vatanen è un giornalista quarantenne di Helsinki, ma dall’esistenza insoddisfacente da tutti i punti di vista. Lavoro, amicizie, amore, tutto è diventato una gabbia opprimente, ma una sera una lepre gli cambia la vita.

È in auto con un collega e sul tragitto investono una lepre. Vatanen decide di non abbandonarla a morte certa, ma di curarla. Quella piccola bestiola darà l’avvio ad un viaggio senza meta, ma con l’obiettivo di cancellare il passato. Il protagonista si troverà in situazioni alquanto surreali e che lo condurranno al carcere. La conclusione del romanzo, però, non corrisponde alla cella buia e solitaria, ma porterà il protagonista e la sua fedele amica lepre alla totale libertà.

Paasilinna, con il suo narrare ironico, ci presenta una storia fuori dall’immaginario, ma che è un vero inno alla libertà. Chi di noi è veramente libero di agire, di pensare, di fare ciò che lo fa stare bene? Vatanen ad un certo punto decide di fuggire dall’ordinarietà e dalle costrizioni per dedicarsi pienamente alla sua vocazione di uomo libero. A raccontare questa storia è un compagno di cella di Vatanen, che proprio da lui aveva sentito le vicende della sua incredibile vita.

E così lo descrive:

“L’immagine che in conservo di lui e quella di un uomo di una rara profondità d’animo e di una grande bontà; non dimenticherò mai le parole di Vatanen a conclusione del nostro ultimo colloquio: «Così è la vita».

(…)

Le imprese di Vatanen rivelano il suo spirito rivoluzionario, autenticamente sovversivo: qui sta la sua grandezza.  Quando nella sua squallida cella, Vatanen accarezzava la lepre con la tenerezza di una madre, capii cosa vuol dire «umanità».

(…)

Vatanen sentiva un tal bisogno di libertà che, un bel giorno, non potendone più, con la sua lepre in braccio, scavalcò il muro che separava la sua cella dal cortile interno, l’attraversò, raggiunse il muro di cinta, che pure scavalcò, per ritrovarsi di nuovo libero. E da quel momento nessuno ha mai più saputo niente né di Vatanen né della lepre”.

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